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L’architetta Daniela Carta racconta Palazzo Isola Nova

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Vi invitiamo a scoprire Palazzo Isola Nova, il nuovo Business Village firmato Stella a Venezia: ad accompagnarci sarà Daniela Carta, l’architetta che ne ha curato il progetto.

Il nuovo arrivato in Laguna

Abbiamo parlato della nostra logica di ecosistemi di business e abbiamo anche parlato della necessità, sempre più contemporanea, di creare un ufficio del futuro che sia più personalizzabile, adattabile e soprattutto che metta davanti a tutto lo studio delle esigenze di chi lavora: Palazzo Isola Nova (PIN) è tutto questo e molto di più. È una club house, ospita aree dedicate al co-working, uffici attrezzati e spazi lounge, sale meeting e learning center: al suo interno si trovano tutti i servizi necessari a lavorare e non solo, perché PIN ha recentemente iniziato la sua carriera di hub di eventi, incontri e meeting, con il suo Open Day in data 23 Novembre, organizzato in partnership con l’Università Ca’ Foscari.

Dentro PIN con l’architetta Daniela Carta

Crediamo che l’area della Laguna fosse pronta per una struttura come Palazzo Isola Nova e che, anzi, quest’ultima abbia le carte in regola per assumere un ruolo di ponte sia geografico, sia concettuale tra diverse zone dell’area veneziana e per questo abbiamo puntato molto sulla sua realizzazione e sullo studio delle “best practice” nel settore. E, sempre per questo, abbiamo deciso di intervistare l’architetta responsabile del progetto di Palazzo Isola Nova, Daniela Carta, titolare di Metroquadro Architetti, e di ragionare con lei sul ruolo delle scelte architettoniche e di design all’interno del processo. Secondo l’architetta: «l’obiettivo del progetto di PIN è creare un luogo accogliente, aggregante, di rappresentanza e per tutti. L’incontro tra il concept del modello di servizi proposto e l’architettura si fonda sul principio che “l’unità va con l’insieme”, sia da un punto di vista architettonico che da un punto di vista di idee.».

Di seguito l’intervista di Stella a Daniela Carta.

Stella: Quali erano gli obiettivi riguardanti architettura e design che vi siete posti nel progetto di Palazzo Isola Nova?

Daniela CartaI progetti che funzionano nascono da una definizione precisa delle esigenze. L’input da parte di Stella è stato di avere uno spazio che fosse social e business allo stesso tempo con diverse funzioni all’interno — co-working, club house, uffici, sale riunioni, phone booth, area food, spazio conference e learning center con sale deputate a corsi e training. Quindi la prima sfida è stata — e lo è sempre — capire le caratteristiche dello spazio esistente e trovare un modo per farle convivere con la richiesta del committente. Infatti, non si trattava di un unico spazio ma più unità, distribuite su tre piani, concepite come ambienti open space, molto luminosi e di respiro grazie alle ampie vetrate che affacciano sia sul canale che sul cortile. Partire da una forma aperta per creare degli ambienti con delle funzioni precise poteva limitare la visione di insieme dello spazio. 

Per evitare ciò, abbiamo studiato i coni di visuale dai diversi punti dello spazio, distribuito gli ambienti chiusi su linee prospettiche con pareti inclinate che privilegiano le viste di insieme. Lo spazio si snoda attorno ad un fulcro centrale dove si svolge la parte più social, con zone a doppia esposizione che rispondono alla richiesta di coniugare luoghi chiusi con aree permeabili verso l’esterno. In questo modo la distribuzione è chiara appena entri in ogni area, perché lo spazio dovrebbe sempre parlare all’utilizzatore, guidarlo nel percorso di fruizione, ancora prima della segnaletica o delle indicazioni scritte.

S.: Come hanno dialogato, durante il progetto, le esigenze architettoniche e quelle concettuali?

D.C.: Il concept dal punto di vista estetico è quello di uno spazio polifunzionale, elegante e raffinato, con un’immagine che si possa adattare a diversi utilizzatori e funzioni. Per questo sono stati scelti colori naturali e neutri come il corda e il panna, da abbinare a colori legati alla terra, per avere uno spazio connotato dalla “eleganza della discrezione”. Il concept dal punto di vista invece funzionale prevede che gli spazi siano progettati per i diversi momenti dell’attività lavorativa dell’utente, dal lavoro di gruppo informale, alla produttività individuale, fino alla riunione formale one to one e i momenti di svago. Spazi contigui con funzioni differenti vengono messi a sistema in una sorta di storytelling delle attività durante la giornata, dove ogni ambiente è un episodio all’interno di un unico racconto.

S.: Come si può definire la best practice nel settore?

D.C.: La best practice a mio avviso è capire con il cliente le sue esigenze e come tramutarle in uno spazio fisico, comprendendo anche il linguaggio del luogo, dalle peculiarità fisiche — forma, luce, visuali — a quelle tecniche, come impianti, normative antincendio e così via. Il processo di traduzione dei desideri in spazi fisici si affina nello stadio iniziale attraverso immagini, ricerca e schizzi a mano libera per definire sempre più i contorni del progetto. Una volta delineato il percorso, la vera best practice è una progettazione integrata, cioè la capacità di mettere a sistema tutte le “variabili” dell’edificio per una risposta unica, non solo di stile ed estetica. L’architetto quindi è una sorta di direttore d’orchestra e ha il compito di tenere insieme desideri, creatività, immagine, ed esigenze tecnico-impiantistiche.

S.: Da un punto di vista architettonico e spaziale, come avete gestito le necessità di offrire zone esplicitamente deputate a produttività e lavoro individuali?

D.C.: Abbiamo previsto ambienti dedicati alle diverse necessità lavorative dell’utente: dai phone booth per la telefonata del singolo alle sale lounge, fino a spazi dedicati a riunioni informali, posti sia in ambienti riservati che in aree comuni. Infatti, abbiamo collocato anche nelle aree open tavoli di ampie dimensioni — dedicati a riunioni informali o co-working — così come l’area situata davanti alla zona food è totalmente riconfigurabile e flessibile per adattarsi a diverse necessità per utenti eterogenei. Il business center di PIN diventa un luogo di rappresentanza dinamico e flessibile e tecnologicamente avanzato per ogni azienda che avrà la sua sede nel complesso. Questo libera le singole aziende dalle necessità di creare luoghi di rappresentanza e aggregazione all’interno dei propri spazi — luoghi che di solito non hanno un utilizzo continuativo — con un evidente saving di superfici e costi.

S.: Parlando delle zone lounge e food: diversi studi suggeriscono che offrire amenities e aree di svago curate e studiate al dettaglio sia fondamentale per il benessere di chi lavora. Le avete realizzate seguendo questa linea di pensiero?

D.C.: Per mia esperienza nella realizzazione di edifici destinati ad uffici, investire in questo genere di aree ha dei riscontri positivi sul business. I miei committenti spesso scoprono che interagire coi loro clienti in zone lounge, break o food studiate nei dettagli aiuta a stabilire una relazione professionalmente efficace coi loro clienti, spesso molto di più che in una sala riunioni formale (ride, ndr). Questo perché il feeling che si percepisce in uno spazio fisico condiziona il mood nelle relazioni: uno spazio che richiama accoglienza e cura può predisporre ad un atteggiamento positivo di ascolto e collaborazione. La percezione dello spazio è determinata da più fattori come la luce, la forma, i colori. Inoltre, a mio avviso, l’occhio umano categorizza come più piacevole tutto ciò che segue una regola ma poi presenta spesso una variazione, anche minima. Per questo, per esempio, abbiamo deciso di inserire variazioni di altezze, luci e materiali nei soffitti, ma sempre coordinati tra loro perché la diversità e la variazione devono sempre essere calibrate nel progetto generale. Nei progetti si tratta sempre di mettere a sistema l’unità con l’insieme che, tra l’altro, è anche la filosofia di lavoro di Stella.

S.: Cosa distingue Palazzo Isola Nova dalle altre strutture di questo tipo e lo rende all’avanguardia?

D.C.: Secondo me è proprio l’idea iniziale, ovvero il modello di servizio offerto dal progetto e la scala di intervento. È all’avanguardia infatti che gli spazi incentrati intorno al concetto di lavoro agile e spazi “social”, escano dal perimetro delle singole aziende. In PIN le aree “social” vengono aperte e rese disponibili a tutti, non più destinate solo a chi lavora in aziende di dimensioni tali da permettersi di realizzare tali servizi internamente. Più in generale, un altro elemento che è all’avanguardia in queste strutture di business center è che sono luoghi che rendono possibile la creazione di connessioni: quindi, oltre a poter lavorare meglio, avendo a disposizione spazi personalizzabili e flessibili, si può anche potenzialmente aumentare il proprio business, creando relazioni e collaborazioni con persone che lavorano in ambiti e settori diversi dai nostri, relazioni impensabili in un contesto di ufficio standard. E, soprattutto, questi incontri sono anche occasioni di crescita di pensiero e di contaminazione che possono creare quello che a me piace definire il “pensiero ibrido”: ossia partire da una prassi o invenzione o materiale creato per un campo specifico e applicarlo in un altro campo. Ecco perché il flusso del know-how tra persone che si occupano di ambiti diversi può spesso essere momento di crescita ed evoluzione. Inoltre è da notare che gli incontri che avvengono in spazi ravvicinati e pensati apposta per aiutare la formazione di relazioni non sono paragonabili a quelli che si innescano per pura vicinanza “geografica”: ho clienti che mi chiedono di rimuovere le piccole aree break nei singoli piani delle loro aziende perché, altrimenti, i dipendenti si conoscono ed interagiscono solo tra chi lavora sullo stesso piano, pur lavorando nella stessa azienda!

S.: Nella sua sua esperienza, anche oltre questo progetto specifico, come stanno cambiando i progetti di edifici destinati al lavoro dal punto di vista architettonico e di design?

D.C.: Ormai questo cambiamento — la trasformazione degli spazi uffici per lo smart working — è già quasi del tutto sdoganato: c’è più consapevolezza del fatto che lo spazio aiuti a promuovere la collaborazione tra le persone che vi lavorano e quindi a far emergere sia l’individuo che il gruppo. Anche ai vertici delle aziende più tradizionaliste ci si rende conto che uno spazio “chiuso” non incoraggia le interazioni e la crescita. Nelle aziende è sempre più acquisita la percezione che lo spazio collabori al modello di lavoro. Dico sempre che non si può cambiare uno spazio e pensare che automaticamente si risolvano tutti i problemi di gestione del personale, di lavoro per obiettivi, di coinvolgimento e di comunicazione; ma allo stesso tempo, non si può presumere di poter cambiare questi ultimi tralasciando l’innovazione spaziale: i due traguardi vanno perseguiti insieme. Capendo quali sono gli obiettivi dell’azienda, si può poi procedere affinché lo spazio li traduca e collabori attivamente a raggiungerli.

Un nuovo inizio

Le parole dell’architetta Carta confermano come Palazzo Isola Nova e il pensiero retrostante al progetto possano essere un’importante occasione di novità per la comunità di business dell’area lagunare: la filosofia di Stella, infatti, segue una logica di ecosistema e il progetto di PIN, anche dal punto di vista architettonico, riflette questa idea e rispecchia la rilevanza data all’effetto network, al flusso di know-how e alla formazione di relazioni, connessioni e incontri

In data 23 Novembre, Palazzo Isola Nova è diventato teatro del primo di questi incontri: in collaborazione con Ca’ Foscari si è discusso proprio di quali strategie si possano applicare al mondo del business per perseguire questi obiettivi e si sono aperte le porte, questa volta fisicamente, di Palazzo Isola Nova, inaugurando un nuovo inizio per Stella e per il business world veneziano.

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