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Banco dei Medici: appunti di organizzazione aziendale

Un network internazionale, la politica, i manager al posto giusto. Ascesa e declino dell’impresa che trasformò i Medici nella più celebre famiglia del Rinascimento

“Money in the bank!”

Così dicono gli americani per indicare qualcuno o qualcosa verso cui ripongono sicurezza e affidabilità. Chissà se alla metà del Quattrocento la borghesia mercantile italiana ed europea esprimeva la propria fiducia cieca in un affare dicendo: “Vabbè, è come depositare i fiorini al Banco Medici”.

Il dubbio può venire, pensando a quanti nemici e invidie generasse il successo della famiglia Medici, ma la metafora sarebbe stata perfettamente calzante. Perché, come scrive Carlo Cipolla in “Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo a oggi”, il Banco Medici “fu probabilmente la più grande azienda internazionale del Quattrocento”, e ciò a dispetto di una parabola lunga poco meno di un secolo: dal 1397, anno della fondazione da parte di Giovanni di Bicci (per intenderci, quello interpretato da Dustin Hoffman nella serie tv “I Medici”), fino al fallimento del 1494, con la cacciata dei Medici da Firenze e il sequestro di tutti i loro beni.

A Giovanni di Bicci (1360-1429) successe il figlio Cosimo de’ Medici detto il Vecchio (1389-1464), che portò all’apogeo sia il Banco che Firenze. Minore fortuna sul fronte degli affari ebbero suo figlio Piero de’ Medici detto “il Gottoso” (1416-1469) perché soffriva di gotta, e suo nipote Lorenzo il Magnifico (1449-1492).

MA QUALI FURONO I FATTORI DI SUCCESSO DI QUESTA IMPRESA, DA MOLTI DEFINITA COME UNA SORTA DI HOLDING ANTE LITTERAM?

CICLO ECONOMICO E “SOFT SKILLS”

I Medici erano infatti solo una delle famiglie toscane dedite all’attività bancaria fin dal XIII secolo. Non rivoluzionarono né la cassetta degli strumenti finanziari a disposizione, né la contabilità: depositi, assicurazioni, lettere di cambio (titoli di pagamento simili alle odierne cambiali) erano già diffusi, così come il metodo della partita doppia per registrare entrate e uscite. In sintesi, potremmo mettere in evidenza tre elementi: il ciclo economico, l’abilità imprenditoriale e diplomatica, il modello organizzativo.

Di sicuro, poterono contare su quella che oggi chiameremmo una congiuntura economica favorevole, che andò scemando quasi contemporaneamente alla morte di Cosimo il Vecchio (1464). Quest’ultimo e suo padre Giovanni possedevano capacità che oggi definiremmo “manageriali” e di “lobbying”, sfruttando il potere economico per tessere relazioni con le corti e i sovrani dell’Europa occidentale. Non di poca importanza nella costruzione del successo imprenditoriale, furono i buoni uffici che i Medici riuscirono ad avere con il Papato, al punto che tra i tanti banchi toscani operanti a Roma, la filiale dei Medici guadagnò un rango privilegiato nella gestione del servizio di tesoreria della Chiesa.

GLI EREDI

Piero il Gottoso aveva invece minore esperienza e dimestichezza commerciale: ai primi venti di crisi, ritirò una serie di prestiti concessi dal padre, attirandosi l’inimicizia di chi era stato sostenitore di Cosimo e ora si vedeva ridotto sul lastrico. La capacità politica di Lorenzo il Magnifico (1449-1492) di porsi come ago della bilancia negli equilibri istituzionali tra le varie Città-stato italiane secondo alcuni studiosi non era pari a quella di seguire gli affari del Banco, o di supervisionare con efficacia l’operato dei suoi dipendenti. La stabilità seguita alla pace di Lodi (1454) volse in un periodo turbolento culminato prima nella congiura dei Pazzi (1494) e poi nell’esilio dei Medici, sostituiti a Firenze dalla Repubblica di fra’ Girolamo Savonarola.

Dettaglio dal ciclo di affreschi delle Storie di San Matteo, dipinto da Niccolò Gerini nella Cappella Migliorati della Chiesa di San Francesco a Prato.
Di I, Sailko, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=19114038

DAI MERCANTI AI BANCHIERI

Come abbiamo detto, quella dei Medici è forse la più celebre banca, ma non certo la prima in ordine cronologico. La storia del credito è stata scritta per buona parte in Toscana a partire dal XIII secolo, grazie alle fortune commerciali dei mercanti, poi trasformatisi in banchieri, e alla capacità del fiorino d’oro di imporsi a livello internazionale insieme all’altro conio aureo, cioè il ducato veneziano.

I mercanti cominciarono a fondare delle società, dette “compagnie” – da cui l’inglese “company” – coinvolgendo dapprima tutti i membri di una stessa famiglia nella partecipazione al capitale come soci e in un secondo momento concedendo la possibilità agli esterni di conferire un deposito, che avrebbe dato luogo ad una cedola, un po’ come le moderne obbligazioni. La prima “City” dell’umanità fu in riva all’Arno, che vide scorrere insieme alle sue acque, successi e miserie delle famiglie Bardi, Peruzzi, Strozzi, Acciaiuoli.

Le lettere di cambio erano uno strumento finanziario piuttosto raffinato per l’epoca e consentivano numerosi vantaggi. Anzitutto, evitavano lo spostamento fisico di denaro, specie in caso di somme ingenti; interessi e commissioni pagate sulle operazioni aggiravano la censura della Chiesa sull’usura, perché le lettere non erano tecnicamente dei prestiti; dal punto di vista dei banchieri, erano uno strumento per speculare sul tasso di cambio delle varie monete estere. Le fiere internazionali non erano solo appuntamenti mercatali, ma delle vere e proprie camere di compensazione di crediti e debiti a livello internazionale.

IL “BRAND” DEI MEDICI

Firenze, Roma, Napoli, Ancona, Avignone, Venezia, Bruges, Londra, Lione, Ginevra, Milano, Pisa: tra uffici di diretta emanazione e sedi gestite da agenti rappresentanti, Giovanni di Bicci e Cosimo Il Vecchio resero il Banco Medici un brand internazionale; un marchio riconoscibile e riconosciuto, garante nei commerci esteri e sportello creditizio a cui i sovrani europei potevano bussare per finanziare le proprie guerre.

E tuttavia, politica e conflitti armati furono fonte tanto di profitti quanto di disgrazie economiche. Il re d’Inghilterra Edoardo IV non fu in grado di ripagare il prestito utilizzato per finanziare la campagna militare nella guerra delle Due Rose tra York e Lancaster (anche questi ultimi furono finanziati e diventarono insolventi); ciò determinò la bancarotta della filiale di Londra del Banco nel 1478 con un passivo di circa 51mila fiorini, seguita poi dalla chiusura della sede di Bruges.

La vicenda dei Roses ricorda un po’ quanto raccontato ne “Il trono di spade”. Stannis Baratheon si rivolge all’istituzione per ottenere un prestito e finanziare la creazione di un esercito, con cui riconquistare il trono dei Sette Regni, secondo costui usurpato dai Lannister. La Banca inizialmente nega il credito, poiché ha già una grossa esposizione proprio con i Lannister. Ma Tycho Nestoris, rappresentante della Banca, si convince poi che il modo migliore per rientrare da quella partita è rischiare, foraggiando gli avversari dei Lannister, perché quando il loro capostipite sarà morto, l’instabilità politica peggiorerà la qualità del credito (un non performing loan). Con Stannis Baratheon poi…vabbè, sappiamo come è andata a finire.

Il Banco fu il braccio armato in moneta sonante di una scalata al potere che fece di Cosimo Il Vecchio, signore de facto di Firenze (formalmente una repubblica), e seppellito poi con il titolo di “Padre della Patria”.

I Medici sono ben noti per aver reso Firenze la culla dell’Umanesimo e del Rinascimento grazie al mecenatismo e alla passione per le arti, mentre meno celebrate sono le origini di tale potenza, e cioè la disponibilità economica derivante dai profitti dell’attività bancaria.

IL MODELLO DECENTRALIZZATO DEL BANCO MEDICI

Lo storico Raymond De Roover, forse il più autorevole studioso del Banco, ha individuato nel modello di organizzazione aziendale, uno dei principali punti di forza e di innovazione dell’impresa dei Medici.

Il modello centralizzato dei banchi dei Bardi e dei Peruzzi prevedeva infatti che la sede centrale di Firenze governasse su tutte le filiali in un rapporto di interdipendenza. I ruoli apicali delle sedi distaccate erano occupati da impiegati salariati, i cosiddetti fattori; la partecipazione azionaria era piuttosto frammentata tra soci esterni e familiari. Nel 1331, al capitale dei Bardi partecipavano 6 membri della famiglia (con 37 quote) e 5 esterni (con 21). Lo stesso anno, i soci esterni dei Peruzzi presero il controllo dell’impresa in quanto possedevano la maggioranza delle quote. Tale schema frammentato dava problemi di gestione, specie nei periodi di vacatio di una leadership riconosciuta, la litigiosità dei soci era un fattore di instabilità, in grado di aggravare il precipitare degli eventi nelle crisi di liquidità che con un effetto domino poteva mandare a gambe all’aria il banco.

Palazzo Medici-Riccardi a Firenze, cortile interno
I, Sailko, CC BY-SA 3.0 http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/, via Wikimedia Commons

Il Banco Medici invece richiama la struttura della moderna holding perché si caratterizzava per una struttura decentralizzata. Ogni filiale rappresentava un’entità legale a sé stante, con capitale e contabilità autonomi. I vari rami d’impresa operavano tra di loro come se non fossero accomunati dalla medesima proprietà, inclusa l’applicazione di commissioni e tassi a carico per le operazioni.

I direttori delle filiali, i governatori, non erano lavoratori dipendenti bensì soci che partecipavano al capitale e ricevevano una quota degli utili. Dai documenti relativi alla sede di Bruges, sappiamo che i Medici cercavano di incentivare la produttività dei manager locali con benefit generosi: nel 1455 con 1/6 del capitale, il governatore del ramo belga aveva diritto a 1/5 dei profitti. La struttura a compartimenti stagni allontanava la probabilità che una crisi locale potesse avere effetti complessivi sulla stabilità finanziaria della Banca. Sebbene i governatori potessero operare con un certo margine di autonomia decisionale nell’ordinaria amministrazione, il cervello restava a Firenze.

Pochi membri della famiglia, di solito il capostipite e i figli, detenevano tra i due terzi e i tre quarti del capitale. Cosimo il Vecchio fu artefice della propria ricchezza grazie soprattutto alla capacità di scegliere con competenza e attenzione chi spedire a capo delle filiali sparse per l’Europa. Le possibilità di carriera non erano precluse anche ai lavoratori di più basso livello, ma le promozioni in genere arrivavano con grande lentezza. Sempre dalla Toscana arrivavano indicazioni su fattori e impiegati da assumere, spesso persone vicine ai Medici, quando non rientranti proprio nella cerchia familiare. Ciò poteva talvolta comportare alcuni problemi:

“Un giovane di nome Corbinelli, che era stato mandato a Bruges dai soci senior, era così imbranato che dopo un breve periodo di prova fu rispedito in Italia. Antonio di Bernardo de’ Medici, l’assistant manager del governatore, era un altro peso. Di inclinazione tutt’altro che gradevole, era detestato dal resto dello staff. Perfino Portinari stesso (il governatore ndr) non lo aveva in grande considerazione. Ma nel Medioevo e nel Rinascimento i legami familiari erano forti. E sebbene Antonio fosse solo un lontano parente, era protetto dal fatto che portasse il nome dei Medici.”

Raymond De roover

Data l’impossibilità di tenere una comunicazione costante e aggiornata con tutte le filiali, Cosimo il Vecchio e il direttore generale della sede centrale di Firenze si limitavano a fornire indicazioni e linee-guida generali.

In genere ogni due o tre anni, i governatori si recavano a Firenze per ragguagliare i soci senior sullo stato dell’attività. Gli edifici che ospitavano al piano terra gli uffici con i grossi scrittoi – appunto, i banchi grossi – e ai piani superiori appartamenti e residenza di direttori e staff, dovevano subito comunicare con la loro magnificenza architettonica il prestigio del Banco. Sappiamo ad esempio che nella filiale di Bruges, governatore e fattori lavoravano e vivevano fianco a fianco, nella stessa casa. Ma il manager aveva la disponibilità dell’alloggio solo per la durata del suo contratto, perché lo stabile restava nella proprietà dei Medici. A Milano, l’alleanza economico-militare tra Cosimo il Vecchio e Francesco Sforza, sancì la donazione di un terreno da parte del duca meneghino per la costruzione ex novo del Palazzo del Banco Mediceo, oggi non più esistente.

Il contratto stipulato all’atto di nomina del capo di una sede distaccata disciplinava poi nel dettaglio poteri e limiti del socio junior: l’obbligo di presenza salvo trasferte per fiere internazionali, il divieto di condurre affari a titolo e per tornaconto personale o di accettare regali se non di modico valore; l’invio annuale dei bilanci a Firenze e ogni qualvolta gli fosse richiesto; il divieto di concedere credito a principi e sovrani.

IL DECLINO

Proprio quest’ultima clausola, quando fu revocata nei contratti negoziati dal direttore generale Francesco Sassetti nell’ultima fase di vita del Banco, fu alla base della rovina di alcune filiali, tra cui Bruges e Londra, a causa dei prestiti non ripagati da Carlo il Temerario, duca di Borgogna, e come abbiamo già detto da Edoardo IV d’Inghilterra.

L’eccessiva propensione a pesare di più la ragion di Stato che quella dei numeri, il basso e rischiosissimo rapporto tra riserve di cassa e impieghi (per esempio, a Lione, era pari al 2%), uniti al non eccezionale fiuto affaristico di Lorenzo il Magnifico, che preferì delegare la gestione al direttore generale Sassetti.

Ecco gli elementi che, combinati alle turbolenze politiche e al ristagno dell’economia, causarono la fine del Banco e il declino dei Medici. Ma non la fine del periodo aureo di Firenze, come centro aggregatore del meglio che il panorama culturale italiano potesse offrire all’epoca.

Il mercante-banchiere italiano del Rinascimento aveva tutti gli strumenti e le tecniche necessarie a un’attività regolata dal calcolo economico, ma questo non bastava a farne un puro operatore “capitalista” in senso moderno, in una società in cui la ricchezza e il denaro rimanevano sempre del tutto secondari e subordinati al potere politico della nobiltà e dei sovrani

carlo m. cipolla

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